Turista sopravvissuta all’incidente: «L’ospedale di Livorno mi ha salvato la vita»

Spedali Riuniti di Livorno

«Il dottor Roberto Arpesani mi ha salvato la vita. Dopo un grave incidente in bicicletta la mia arteria femorale si era rotta e ho perso due litri di sangue. Se oggi sono viva e sono tornata alla mia amata bici devo dire grazie all’ospedale di Livorno». Beate Weiss, 58 anni, insegnante di lingue in Baviera, ha scelto il Tirreno online per lanciare da Bayreuth, capitale dell’Alta Franconia, il suo messaggio di ringraziamento ai medici di viale Alfieri. «Tornata in Germania – racconta – il primario dell’ospedale mi ha detto che a Livorno era stato fatto un lavoro eccellente, senza il quale sarei morta».

La sua è una storia tra le centinaia che quotidianamente, nel silenzio, finiscono col sorriso tra le mura del nostro ospedale, ma è anche una storia particolare, che merita di essere raccontata, perché i riconoscimenti che arrivano da fuori, ancor più da fuori Italia, figuriamoci dalla Germania, possono avere la forza di sfatare quella tendenza all’autodenigrazione che spesso contraddistingue lo spirito livornese e a dare un’immagine diversa ad un ospedale per troppi anni considerato di second’ordine. Era la settimana di Pasqua quando la professoressa Weiss dalla Baviera è salita sul pullman per una vacanza in Toscana, lungo la costa degli Etruschi, insieme ad un gruppo di amici, tutti cicloamatori.

«Il 10 aprile decidemmo di andare fino alla spiaggia di Follonica – ricorda -. Ero felicissima, partendo da Campiglia Marittima avevamo scelto un percorso poco frequentato, via di Casalappi, una strada immersa nella campagna, che ci avrebbe permesso di evitare traffico e auto e goderci l’incanto della natura toscana». Ad un certo punto però una motocicletta ha travolto la cicloturista che è volata sull’asfalto sbattendo violentemente gli arti inferiori. Da lì la sua vacanza si è trasformata in un incubo: «Prima i carabinieri, poi l’ambulanza, poi la corsa all’ospedale di Piombino dove mi hanno sottoposta a radiografie, ecografie e tomografia – racconta Beate Weiss -. Dopo gli esami un medico molto gentile è venuto a dirmi che avevano deciso di trasportarmi a Livorno: la loro diagnosi tempestiva è stata decisiva».

Il racconto continua: «Dopo un’ora di viaggio ero già in sala operatoria. Erano le 22.30, dieci ore erano già passate dall’incidente – ricorda la prof -. In sottofondo una radio a transistor sparava musica rock quando ho visto un giovane biondo arrivare: “Oh no, mi sono detta, questo non può essere il dottore!”. Ero nervosa, ma sempre cosciente e soprattutto non ero al corrente della gravità dell’intervento. Per me si trattava di roba da poco. Nessuno mi aveva detto che avevo in corso una grave emorragia interna».

Ad un certo punto il volume della musica si abbassa e il dottor Roberto Arpesani, radiologo interventista arrivato a Livorno un anno fa da Olbia, inizia a operare. «Dopo 10 minuti ha detto al collega che era con lui di aver individuato il punto di sanguinamento – ricorda la turista -. Dopo aver arginato l’emorragia, mi ha mostrato sullo schermo i miei vasi sanguigni e in inglese mi ha spegato la situazione. Il suo camice era bagnato: ho visto che stava sudando. Lì ho capito che aveva lavorato duro per salvarmi la vita. A quel punto è esploso un dialogo tra noi, che mi ha mostrato anche il lato umano del professionista che mi aveva appena salvata».

«Arpesani mi ha detto che avrei dovuto restare nel mio letto, immobile per 24 ore. Poi un’infermiera di origine indiana, che parlava un inglese perfetto, mi ha aiutato a rilassarmi. Per quattro giorni sono rimasta all’ospedale di Livorno e non mi sono mai sentita sola. Quando le mie condizioni sono migliorate, la Croce Rossa mi ha riportato al mio albergo, da dove sono ripartita con gli amici in Germania. Quando ho letto un articolo che parlava di quel medico sul Tirreno.it, ho voluto ringraziarlo via internet. Se anche la prossima Pasqua tornerò in bicicletta

in Italia, è grazie alla professionalità dell’ospedale di Livorno: me l’hanno detto anche i medici in Germania dove ho curato l’enorme ematoma che dalla caviglia mi arrivava fino a metà schiena: senza il lavoro eccellente del dottor Arpesani e degli altri dottori livornesi io sarei morta».

Fonte: Il Tirreno Livorno

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