Pisa, malati terminali: mancano gli infermieri per assisterli

Daniele Carbocci, segretario provinciale Nursind

Finché è stata corsia, quel che era rimasto della vita sembrava ovattato, la disperazione avvolta in un rotolo di cellophane. «Poi i medici ti danno un foglio di dimissioni: “Assistenza domiciliare, vedrà, a casa l’ aiuteranno”, ti dicono, finché non scopri che casa non è casa ma inferno». Ex operaia alla Saint­Gobain, la mamma di Roberta oggi ha 80 anni, un tumore, una storia già scritta. «Lavorava ai forni, dev’ essere stato qualcosa lì Quando siamo andati al distretto in via Garibaldi, per chiedere cosa avrebbe significato avere l’ infermiera, lei ha capito subito. “Non ti preoccupare, non ci vorrà molto”, mi ha detto».  La Bruna aveva capito, lei no. Terapia del dolore. «Il tunnel dei malati terminali è senza uscita, si sa ­ dice Antonella, 53 anni, dipendete in uno studio di commercialista ­ Ma credevo fosse già abbastanza dover imparare ad elaborare il lutto nonostante mia mamma fosse ancora in vita, mi aspettavo supporto, non di dover essere io a supportare lo Stato». Invece Antonella ha dovuto imparare a farlo: diventare anche lei un’ esperta di cure palliative, uno dei settori dell’ assistenza domiciliare dell’ Asl. Da un anno la presenza dell’ infermiera è sempre imprevedibile, rarefatta. «Compare per 20 minuti al giorno, poi deve fuggire da un altro paziente». Ormai questo settore ha subito una trasformazione epocale. Fra Pisa e i Comuni dell’ area pisana il numero dei pazienti da assistere a domicilio è quasi raddoppiato: da 330 malati siamo passati a 600, un’ impennata dell’ 81%. Ma gli infermieri impegnati sul territorio ogni giorno sono sempre gli stessi: 22 in totale. Effetto collaterale della legge di riforma del sistema sanitario regionale entrata in vigore a gennaio 2016. «Lo scopo della legge era valorizzare il ruolo dell’ assistenza territoriale per togliere quest’ incombenza agli ospedali, liberando così posti letto ­ dice Daniele Carbocci, segretario cittadino del sindacato Nursind ­ C’ era una precondizione però: investire, assumere personale. Invece zero, non un addetto in più». Stare accanto a quelli come la Bruna è sempre più difficile. Il team di infermieri destinati ai terminali o ai malati di Sla è di appena 7 componenti (ma uno deve rimanere in sede per la gestione organizzativa) e un operatore sanitario, i pazienti invece sono ormai 250. Un anno fa erano 170. Ancora più impressionante il divario fra domanda e offerta nelle cure 7 marzo 2017 Pagina 11 Il Tirreno (ed. Pisa) Anaao Toscana Continua ­­> 34 Riproduzione autorizzata licenza Ars Promopress 2013­2016 primarie, quelle destinate a pazienti con patologie croniche: 15 addetti (1 part time), i malati passati da 170 a 350. Spesso sono persone paralizzate a letto, anziani con malattie respiratorie o vascolari, ma ci sono anche bambini come Lucia, 5 anni, diabetica dalla nascita.

Ogni giorno la sua infermiera corre come una matta per arrivare da lei a scuola e farle l’ iniezione di insulina. «Deve prima applicarle uno stick per prelevare una gocciolina di sangue e rilevare la glicemia. E in base a quel dato bilanciare il dosaggio ­ racconta Laura, la mamma ­ Ecco, quell’ infermiera ha almeno altri 7 pazienti da seguire ogni giorno, e se un giorno non riuscisse ad arrivare in tempo per l’ ora di pranzo?». Se sgarrasse Lucia potrebbe anche entrare in coma. E così ormai la natura stessa dell’ assistenza a domicilio, fondata sulla continuità quotidiana, è diventata quella di un presidio precario, saltuario. Perché ogni malato potesse ricevere cure ogni giorni, ogni infermiere dovrebbe visitarne 27 al giorno. Ma non è neanche più un problema di orari. «Non c’ è più nessuno che guarda l’ orologio ormai ­ dice Carbocci ­ ma oltre un certo limite non ci si può spingere. Aumenta troppo la possibilità di commettere errori, anche fatali». L’ alternativa? «Imparare a fare quello che fanno loro ­ dice Simona, figlia di Sandra, 80 anni, ex professoressa universitaria ­ Ma io sono una figlia a cui si sta spegnendo una madre, non un’ infermiera, io non ho il coraggio di iniettarle la morfina. Le mani mi tremano, non ce la faccio a innestare il tubicino per l’ alimentazione artificiale nella Peg che le hanno infilato nell’ addome o a medicarle le piaghe da decupito. E se sbaglio? E se comprometto questo cammino, lo devio, lo accelero? È mia mamma e io vorrei solo starle accanto dopo il lavoro e sussurrarle il mio amore». Il ministero della Salute lo chiama family learning. A famiglie e sindacati degli infermieri sembra invece una bella formuletta per gettare la spugna, un paravento con cui nascondere una realtà su cui in questi ultimi anni sono franati talmente tanti tagli da mettere a rischio non solo la qualità del servizio ma perfino la vita dei pazienti. Figli, figlie, madri, padri, fratelli, sorelle, nipoti di persone con patologie croniche o terminali dovrebbero compartecipare a questa sanità di base, colmare i suoi vuoti. «Alla famiglia di ogni paziente all’ esordio con le cure primarie il team dell’ Asl dedicava una settimana di formazione. Adesso non hanno più tempo», racconta Marco. Giulia, sua figlia, è paralizzata dalla nascita. Da sola non riesce a fare pipì. «Mi sono addestrato sbirciando da dietro la porta ogni volta che veniva l’ infermiera. La piccola si vergognava, non voleva guardassi. Ma se nessuno lo fa, il palloncino della vescica potrebbe perfino esplodere e innescare un’ infezione. Per fortuna finora non ho mai dovuto mettermi alla prova, le ragazze dell’ Asl sono sempre arrivate in tempo».

Fonte: Il Tirreno Pisa

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