L’ospedale s’indebolisce. Verso le dimissioni il primario di senologia

L'Anaao dura sulle critiche di Saccardi agli ospedali della Toscana nord

L’ospedale di Livorno rischia di perdere uno dei suoi uomini di punta: il primario di senologia, Donato Casella, potrebbe andarsene. Arrivato da Careggi nel dicembre 2016, il chirurgo oncologo fiorentino ha fondato dal nulla la Breast Unit di viale Alfieri portandola in pochi mesi a diventare centro di riferimento per tutta la Toscana, con 370 interventi effettuati nel primo anno di attività.Ora la sua avventura a Livorno potrebbe essere arrivata ai titoli di coda. Al suo arco Casella avrebbe un ventaglio di alternative: due importanti centri in Lombardia e nel Lazio e, si sussurra, anche l’ipotesi di un progetto innovativo con Cisanello.
Il primario, contattato dal Tirreno, si trincera dietro ad un impenetrabile no comment. Ma fonti attendibili raccontano che abbia già pronte le valigie.
È un fulmine a ciel sereno. Ma soprattutto è una tegola che cade sull’utenza livornese e di tutto il territorio dell’Asl, un’utenza che rischia di rimanere vittima di scelte più politiche che sanitarie.
Che cosa è successo? Tutto nasce da un dossier che da tempo è sul tavolo della direzione dell’Asl e che la scorsa settimana ha avuto il via libera con un atto firmato dal direttore generale Teresa De Lauretis: si tratta di un progetto che prevede la realizzazione a Cecina di un “ospedale rosa”, un presidio dedicato alla donna che diventi punto di riferimento non solo per il territorio livornese ma per tutta la Toscana costiera.
In quel progetto si prevede l’apertura dentro l’ospedale cecinese della direzione di una unità di senologia aziendale che andrebbe ad affiancarsi alla già esistente unità di ginecologia, considerata tra le migliori nell’area nord ovest.
A fianco di Andrea Antonelli, primario di ginecologia, in quel progetto dovrebbe trovare collocazione il nuovo reparto guidato da Donato Casella.
L’attività di chirurgia dei tumori al seno resterebbe nelle 4 sedi attuali (Livorno, Viareggio, Massa e Lucca) ma verrebbe coordinata dal quartier generale di Cecina, che diventerebbe centro aziendale (e oltre) per la ricostruzione mammaria e per il percorso riabilitativo post interventi oncologici, per le pazienti con mutazione genetica (quelle che devono fare chirurgia mammaria e ovarica di carattere preventivo), per alcuni progetti di studio sul trattamento con tessuti autologhi della patologie post-chemio e il trattamento micro-chirurgico del linfedema, e infine per tutti i casi di patologia benigna e a potenziale di malignità incerto che non necessitano di interventi in centri dove c’è l’anatomia patologica.
Sull’altro piatto della bilancia era prevista per l’ospedale di Cecina la riduzione dell’unità operativa complessa di Chirurgia generale in struttura semplice dipartimentale: con lo stesso tipo di autonomia, di organico e di mansioni, ha provato a garantire il direttore sanitario dell’Asl Mauro Maccari.
Ma le rassicurazioni dell’Asl sulla non riduzione dell’attività di chirurgia non sono bastate per evitare lo scontro politico sul territorio cecinese. Davanti al quale è intervenuta l’assessore regionale alla sanità Stefania Saccardi, che – con una velocità inusuale – dopo neanche 48 ore dalla pubblicazione della delibera ha chiesto alla De Lauretis di stoppare la riorganizzazione.
La decisione della Saccardi è suonata ai più non tanto come un’apprezzabile predisposizione all’ascolto verso il territorio cecinese, quanto come una bocciatura nei confronti della direzione dell’Asl Toscana Nord Ovest.
Ma nei corridoi della Regione si dice invece che dietro allo stop imposto dalla Saccardi al progetto ci sia altro. In particolare che esso sia il frutto di un mal di pancia che la nuova Breast Unit Aziendale con base a Cecina avrebbe destato in altri centri senologici della sanità pubblica toscana. Nell’ultimo anno infatti la qualità della struttura creata in viale Alfieri ha drenato pazienti dagli altri centri d’eccellenza, attirando utenza da Livorno e provincia ma anche da molte città della regione: come dicevamo, si tratta di 370 donne che senza l’unità di Casella si sarebbero operate altrove. Ora, con la nascita della Breast Unit della maxi-Asl, l’attrattività dell’offerta e la concorrenza livornese sarebbero ancor più cresciute.
Ecco che – si dice ancora nelle stanze della Regione – per placare certi malumori, la Saccardi sarebbe tornata indietro rispetto ad una scelta che invece aveva condiviso fino a poco tempo fa.
Il risultato per ora è doppiamente negativo: il progetto di espansione della Breast Unit è congelato e intanto la sanità livornese rischia – lei davvero – di subire un depauperamento con l’addio indotto di Casella…

Fonte: Il Tirreno Livorno

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