La Toscana e il Covid. Tartaglia: «Ospedali e territori devono essere integrati»

L'ex direttore del Centro gestione del rischio clinico regionale

Per 15 anni ha diretto il Centro gestione rischio clinico e sicurezza del paziente della Regione Toscana. Oggi, Riccardo Tartaglia è un medico in pensione, ma continua a ricoprire incarichi rilevanti in società che si occupano di fattore umano e sicurezza delle cure, oltre che offrire consulenze per svariati organismi. Esperienze che a più di 4 mesi dall’inizio della pandemia, gli consentono di avere un quadro ampio della gestione regionale e nazionale dell’emergenza sanitaria.

Professore, come valuta la risposta della sanità toscana di fronte all’emergenza sanitaria?
«Credo sia necessario porci alcune domande. I dati sono buoni, ma sono comunque morte più di mille persone. Quindi, è logico chiedersi se si poteva fare meglio. Chi è stato in prima linea non ha nascosto i disagi. Il territorio è venuto a mancare e anche le rianimazioni sono andate in affanno».

La riforma sanitaria ha contribuito a questo bilancio in chiaroscuro?
«Il problema non è quante Asl ci sono sul territorio, ma semmai che il nostro sistema va riorganizzato, rendendolo più sostenibile dal punto di vista economico. La riforma ha ridotto i primariati, che erano l’unico modo per valorizzare il personale. Non vedo una valorizzazione delle risorse umane e quindi anche le motivazioni di chi è sul campo spesso vengono meno».

Ha detto che i candidati parlano poco di sanità. Il futuro Governatore da dove deve partire?
«Dai territori, che devono avere un’integrazione con gli ospedali, fungendo da filtro. Va quindi riorganizzata la rete delle terapie intensive. Va bene aumentare i posti letto, ma se non si aumenta anche il personale, serve a poco. Poi è necessario potenziare le case della salute, che devono essere un centro di buona medicina di primo livello. Infine, devono essere accorpati i laboratori, garantendo esami h24».

Che ci ha insegnato la battaglia contro il Covid?
«Le emergenze vanno affrontate prima che si verifichino. Se c’è un’organizzazione a priori, difficilmente si andrà in affanno. Le task-force costituite all’occorrenza non servono, perché per lavorare bene serve la conoscenza reciproca. Poi, è necessario predisporre dei piani pandemici».

Sanità regionale o centralizzata?
«Io sono per dare omogeneità al sistema. E’ sbagliato avere 21 servizi sanitari, con performance anche profondamente differenti. Una certa autonomia della sanità regionale va anche bene, ma se è bilanciata da una forte azione di Governo. Secondo me sarebbe necessario avere un organismo centrale indipendente che valuta le prestazioni del Sistema. Le Regioni non si possono dare i voti da sole».

La Toscana ha monetizzato i sanitari che hanno lottato contro il Covid. Serve questo al medico?
«Prima di tutto al professionista deve essere consentito di lavorare bene. Poi, si passa al merito. Infine, arriva la gratificazione economica. L’ambiente nel nostro mestiere fa la differenza. Quindi, le politiche sanitarie dovrebbero partire dai risultati delle cure, piuttosto che dai numeri. E’ inutile esaltarsi con i dati sulle prestazioni elargite, se poi la qualità delle stesse non è sempre all’altezza».

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