«Il sistema creato insieme per combattere i contagi»

L'esperienza del primario aretino con il Covid

«L’emergenza Coronavirus ci lascia una consapevolezza precisa: quella che la complessità va affrontata in modo programmato e che le professionalità devono unirsi per affrontare i problemi». Il dottor Marco Feri, primario di terapia intensiva e rianimazione ad Arezzo e direttore dell’area funzionale terapie intensive, medicina perioperatoria e terapia antalgica della Ausl Sud Est, spiega come la pandemia abbia influito nelle procedure di gestione del paziente e della sicurezza.«È emerso quando multidisciplinarietà e sinergia siano essenziali – spiega -. I professionisti devono parlarsi per concordare le terapie e la corretta gestione del paziente sul piano territoriale ed emergenziale. All’inizio della pandemia il nostro pensiero era riuscire a creare un sistema articolato di assistenza, dal territorio alla rianimazione, che fosse in grado di reggere l’impatto. Abbiamo organizzato un percorso adeguato e liberando il più possibile i vari reparti ospedalieri, ad accezione di quelli relativi alle patologie tempo-dipendenti. Siamo riusciti a creare un sistema di filtro per dividere e gestire i pazienti in base alla gravità, senza sovraffollare i reparti. I risultati, con un numero bassissimo di decessi, sono stati un mix di fortuna e organizzazione».
L’importanza dell’organizzazione e di una visione ampia dei problemi è stata evidenziata dal Coronavirus. «La pandemia ha messo in risalto anche l’assurdità di cercare risposte fuori da un rigoroso metodo scientifico – continua il dottor Feri -. Per settimane i media hanno dato spazio a persone che, a vario titolo, proponevano ipotesi su malattia e possibili terapie. Così si sono diffuse fra la popolazione tante sciocchezze prive di fondamento, generando incertezza e confusione. La validità scientifica non c’entra nulla con le visualizzazioni sul web e la pandemia ce lo ha ricordato: speriamo serva per il futuro».
E c’è un’ultima eredità lasciata dall’esperienza Covid: quella legata agli aspetti umani. Proprio il dottor Feri, insieme a un altro medico, Paolo Angori, ha scritto anche una canzone dedicata alla pandemia. Si intitola «I woke up» ed ha avuto talmente successo, soprattutto sui social, da arrivare fino agli Stati Uniti. Il brano racconta, con note, parole e immagini (diffuse da un video su YouTube) il vissuto di operatori sanitari e pazienti, la sensazione di ovattato isolamento creata dalla pandemia, dubbi e incertezze creati da una malattia all’ inizio sconosciuta. «L’
aspetto umano è stato un fattore cruciale – conclude Feri – perché si è creata una fratellanza straordinaria nei e fra i vari reparti. Tutti gli operatori hanno avvertito come, per affrontare una patologia sconosciuta, servisse un modo diverso di lavorare: sinergico, interdisciplinare e soprattutto aperto alle novità. Tutti noi abbiamo dovuto abbandonare il nostro vecchio modo di pensare e trovarne uno nuovo, insieme».

Fonte: La Nazione Massa-Carrara

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